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Le parole della neopolitica – Vaffa

treccani.it

di Michele A. Cortelazzo

Dopo rottamazione e ruspa commentiamo la terza parola evocata da Enrico Letta come parola chiave di un processo comunicativo che accomuna i tre leader emersi nell’ultimo decennio, o poco più (Grillo, Renzi e Salvini): la delegittimazione reciproca delle forze politiche, attuata anche grazie a parole ricorrenti con frequenza, che vengono a costituire la base del neopolitichese di questi anni.

Data di origine certificata

L’introduzione di vaffa nella lingua politica si colloca in una data precisa: l’8 settembre 2007, giorno in cui in diverse città italiane si è tenuto il «Vaffanculo day» o «V-Day» o «vaffa-day», un’iniziativa politica promossa da Beppe Grillo per raccogliere le firme necessarie per presentare una legge di iniziativa popolare di modifica della legge elettorale, dei criteri di candidabilità dei parlamentari e dell’eventuale loro decadenza. L’espressione, nelle sue varianti, era però in circolazione da qualche mese, da quando, cioè, era stata preannunciata l’iniziativa. In un post nel blog di Beppe Grillo datato 14 giugno si legge: «Poi verrà settembre e il Vaffanculo day, o V-Day. Una via di mezzo tra il D-Day dello sbarco in Normandia e V come Vendetta. Si terrà sabato otto settembre nelle piazze d’Italia, per ricordare che dal 1943 non è cambiato niente. Ieri il re in fuga e la Nazione allo sbando, oggi politici blindati nei palazzi immersi in problemi “culturali”. Il V-Day sarà un giorno di informazione e di partecipazione popolare. Per esserci rimanete sintonizzati sul blog». Ben presto compare anche la versione accorciata, con la forma eufemistica vaffa: «“L’otto settembre partecipa al Vaffa… Day!”. Questa scritta campeggia sulla homepage del blog di Beppe Grillo», spiega «Repubblica» il 29 giugno 2007.

L’idioletto di Beppe Grillo

Vaffa(nculo) può essere considerata come la più palese testimonianza di quella «volgare eloquenza» che è stata indicata come il tratto distintivo della lingua politica populista degli anni più recenti. Non c’è dubbio che sia così. Ma è anche un chiaro esempio di come gli inizi del Movimento Cinquestelle siano costituiti, linguisticamente, dal pieno trasferimento nel campo della comunicazione politica di consuetudini idiolettali dell’espressione teatrale di Beppe Grillo. Fabrizio Ravelli, in «Repubblica» del 25 febbraio 1992, descriveva così l’andamento di uno spettacolo di Grillo: «migliaia di cittadini, per lo più di normale e civile aspetto, si ritrovano la sera in un teatro. Molti di loro ci sono venuti nei giorni precedenti, al mattino presto, e hanno fatto ore di fila per un biglietto. Seduti composti, organizzati da un giovanotto esagitato, urlano in coro: “‘ fanculooo!!”. All’indirizzo di svariati personaggi che, evidentemente, li hanno innervositi. Alla fine della settimana, quando le serate terapeutiche avranno fine, oltre venticinquemila milanesi avranno gridato a più riprese, con gusto: “‘ fanculooo!!”». Il titolo dell’articolo, Grillo, terapia dell’insulto, può applicarsi anche al momento iniziale del Movimento Cinquestelle.

Disfemismo & populismo

La «volgare eloquenza» si è poi via via estesa ad altri movimenti politici, e in particolare alla Lega e al suo leader, Matteo Salvini. Ma all’inizio non è stato così. Stefano Ondelli, che già da qualche anno osserva criticamente il linguaggio della politica populista, aveva notato che il lessico originale di Grillo era fatto in larga misura di disfemismi, che si affiancavano ad alcuni tecnicismi politici ascrivibili a una matrice populista. «Al contrario, sia in Berlusconi che in Bossi, il vocabolario esclusivo è in gran parte lessico politico, legato ai rispettivi programmi politici (destra liberista; interessi territoriali)».

Grillo non è venuto mai meno al suo stile, costituitosi precedentemente, si è visto, alla sua discesa in campo. Semmai cambia destinatario. Alla celebrazione dei 10 anni di attività del Movimento Cinquestelle, che si è tenuta a Napoli il 12 e 13 ottobre 2019, Grillo ha apostrofato così i suoi stessi sostenitori: «Non voglio che rimanete qui a dire sempre “Il Pd, il Pd, il Pd…”. Vaffanculo a voi stavolta».

Il buon proposito di Salvini

Il disfemismo è un’arma spesso imbracciata anche da Matteo Salvini, il quale, però, qualche volta ha un ripensamento. In un’intervista a Pontida il 12 giugno 2015, alla domanda della giornalista se, per andare al governo, non fosse più consigliabile controllare e ridimensionare i toni, risponde «Non dirò più vaffanculo». Un buon proposito che, a giudicare da quello che si riesce a ricavare dalle raccolte dei giornali e dall’interrogazione della rete, è stato rispettato per quel che riguarda questa parola. Le attestazioni di vaffa nei discorsi degli ultimi anni di Salvini si riferiscono espressamente, quasi in forma di citazione, alle iniziative del Movimento Cinquestelle o servono a stigmatizzare le ingiurie che vengono rivolte allo stesso Salvini. Oppure vanno ascritte ai sostenitori della Lega, come le grida «Conte vaffa…» o «Greta vaffa…» pronunciate dai leghisti presenti a Pontida 14 settembre 2019.

La nostra espressione è ancora meno presente nei discorsi di Renzi, nei quali non solo compare poco, ma si presenta esclusivamente in riferimento alle iniziative di Beppe Grillo. Insomma, a parte qualche citazione e qualche limitata estensione, vaffa (ma anche la sua base ben più esplicita) risulta essere proprio un segno distintivo di Beppe Grillo e del suo movimento. Gli altri leader, anche quelli più inclini al turpiloquio, hanno lasciato ai Cinquestelle il monopolio di questa parola.

Le parole (o locuzioni) già trattate: menevadismocontratto di governomaninapallesovranismocambiamentopacchiamangiatoiaumanitàpigranzabuonistarevenge pornradical chicsalvo inteseprofessoronirosiconigufosbruffoncellarosicareinterlocuzionerottamazioneruspa

Immagine: V-Day in Bologna; the stage

 

 

 

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